Poesie                   

 

  

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Rifugio
è una parola che qui significa
un piccolo posto sicuro,
in un mondo inquietante.
Come un’oasi in un grande deserto
o un’isola in un mare in tempesta.

(da “Una serie di sfortunati eventi” di Lemony Snicket)

Riflessioni

di Otto Rahn

(…) da sempre poeti e sacerdoti
hanno amato le montagne,
le cui cime si slanciano verso il cielo
e le cui grotte si perdono nella notte eterna della terra.
È sulle montagne che ci si trova più vicini a Dio.
Lassù spontaneamente, si canta e si prega.

In tutti i grandi miti, la divinizzazione dell'Eroe
si compie su di una montagna.
È sul Monte Eta che Ercole è divenuto Olimpico.
È sul Tabor che Cristo si è trasfigurato.(…)

(…) quando il sole lascia gli uomini
sotto una corona di nubi d'oro,
in più di uno di loro si risveglia
il desiderio nostalgico di seguirlo.

L'uomo, si dice, è un Dio decaduto
che ha nostalgia del cielo.
Forse la nostalgia del poeta
è soltanto la nostalgia del paese natale.
In cui l'uomo era l'immagine della divinità
e non certo una sua caricatura!

Quando il sole di Provenza e di Linguadoca ci lascia,
la corona delle nubi d'oro si incurva
al di sopra delle Alpi e dei Pirenei.
Fiere e nobili,
le nostre montagne si innalzano nell'azzurro.

Mentre la pianura giace già immersa nella notte,
esse sono, ancora a lungo, benedette e trasfigurate
dai raggi del sole che se ne va. (…)


Nell’Himalaia Indiana 17 – 01 – ‘02

Di Tiziano Terzani

Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia.
Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle.
Quand'ero giovane le avrei volute conquistare.
Ora posso lasciarmi conquistare da loro.
Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza
dalla quale l'uomo si sente ispirato, sollevato.
Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi,
ma lì ci è difficile riconoscerla.
Per questo siamo attratti dalle montagne.
Per questo, attraverso i secoli,
tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell'Himalaya,
sperando di trovare in queste altezze le risposte
che sfuggivano loro restando nelle pianure.
Continuano a venire.
L'inverno scorso davanti al mio rifugio
passò un vecchio sanyasin vestito d'arancione.
Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario.
«Dove andate, Maharaj?» gli chiesi.
«A cercare dio», rispose,
come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.
Io ci vengo, come questa volta,
a cercare di mettere un po' d'ordine nella mia testa.
Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di ripartire,
di « scendere in pianura» di nuovo, ho bisogno di silenzio.
Solo così può capitare di sentire la voce che sa,
la voce che parla dentro di noi.
Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono sempre generose.
Mi regalano albe e tramonti irripetibili;
il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
L'esistenza qui è semplicissima.
Scrivo seduto sul pavimento di legno,
un pannello solare alimenta il mio piccolo computer;
uso l'acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco
- a volte anche un leopardo -
faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas,
attento a non buttar via il fiammifero usato.
Qui tutto è all'osso, non ci sono sprechi
presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa.
La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.


Il Minatore di Frontale

di Davide Van de Sfroos

Non ho incontrato gente, ma solo fari accesi
non crescon girasoli qui dove il mondo è spento.
Son nato su a Frontale, in alta Val Tellina
son sceso da ragazzo, in tasca la montagna.
Ed ho imparato i segni e i sogni della roccia
ci ho mescolato i miei… l’ho frantumata tutta…

Ho visto i continenti e gli o toccato il fondo
ho quasi perforato l’intero mappamondo.
La vita a volte è un ponte, o una ferrovia
la mia se ci ripenso è stata galleria.
Sfidare tutti i giorni la Strega Silicosi.
La foto di una donna tampona le ferite
ma per la nostalgia… non c’è la dinamite.

Adesso sto appoggiato al salice piangente
eppure lui lo sa, da lui non voglio niente
Non voglio le sue lacrime, non voglio le sue foglie
son qui per la sua ombra che sposerà la mia.
Voglio guardare il sole, me lo sono meritato
prima di ritornare dove son sempre stato.
Fino a quando tornerò dove son sempre stato.

… son sceso da ragazzo, in tasca la montagna.
 


Salviamo il Drago.

Di Reinhold Messner

Calza gli scarponi e parti.
Se hai un compagno,
porta con te la corda
ed un paio di chiodi,
ma nulla di più.

Io sono già in cammino,
preparato a tutto,
anche a tornare indietro.
Nel caso mi incontri con l’impossibile.

Salviamo il Drago,
e in avvenire proseguiamo sulla via
indicataci dagli uomini del passato
Io sono convinto
che sia ancora quella giusta.


Poesia su un autocarro diretto al Fronte Russo, 1942.

(da “Le Benevole” di John Littell)

Scendeva la sera.
Una spessa brina ricopriva tutto:
i rami contorti degli alberi, i fili e i pali delle recinzioni,
l’erba fitta, la terra dei campi quasi nudi.
Era una specie di mondo di orribili forme bianche, angoscianti, fantastiche,
un universo cristallino da cui la vita sembrava bandita.
Guardai le montagne:
l’ampia muraglia azzurra sbarrava l’orizzonte,
custode di un altro mondo, nascosto.
Il sole, dalla parte dell’Abcasia probabilmente,
scendeva dietro alle creste,
ma la sua luce sfiorava ancora le cime,
posando sulla neve sontuose e delicate luci rosa, gialle, arancione, fucsia,
che correvano delicatamente da una vetta all’altra.
Era di una bellezza crudele, da mozzare il fiato,
quasi umana ma nel contempo al di là di ogni cruccio umano.
A poco a poco, laggiù in fondo, il mare inghiottiva il sole,
e i colori si spegnevano a uno a uno, lasciando la neve azzurra,
poi di un grigio bianco che splendeva tranquillamente nella notte.
Gli alberi incrostati di brina gelata
comparivano nel cono dei nostri fari come creature in movimento.
Avrei potuto credere di essere passato dall’altra parte,
in quella contrada che i bambini conoscono bene…
…e da cui non si ritorna.


 


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